Nel giugno 2026 il Tribunale di Foggia ha emesso un provvedimento cruciale: ha disposto il rinvio a giudizio di Massimiliano Piscitelli per il caso dei rifiuti che aveva colpito la città durante l’estate 2023. L’inchiesta, che ha coinvolto diversi amministratori locali, aveva già sollevato accese discussioni sulla gestione dell’emergenza ambientale.
Il provvedimento giudiziario e le accuse mosse
L’ordine del tribunale ha contestato a Piscitelli, insieme ad altri imputati, il reato di interruzione di un servizio pubblico o di pubblica necessità. Si tratta di un’accusa penale che, se confermata dal futuro processo, potrebbe comportare sanzioni pesanti. È importante sottolineare che il rinvio a giudizio non equivale a una condanna definitiva: rappresenta solo la fase in cui il caso passa dal periodo delle indagini preliminari al dibattimento.
Nomina al CdA di ASM S.r.l. e reazioni politiche
Solo poche settimane dopo, il 5 agosto 2026 il sindaco di Molfetta ha conferito a Piscitelli la carica di presidente del nuovo Consiglio di amministrazione di ASM S.r.l.. La decisione è stata formalizzata con una delibera comunale che ha inserito il suo nome nella lista dei membri del CdA, creando subito un fermento tra gli osservatori politici.
Una consigliera comunale di centrodestra ha immediatamente sollevato dubbi sulla coerenza della scelta, affermando che «un criterio diverso rispetto al passato» è stato adottato. In passato, in situazioni analoghe di inchieste giudiziarie, le dimissioni o il ritiro dalla carica erano richiesti prima di una sentenza definitiva. In questo caso, invece, la designazione è avvenuta nonostante il provvedimento di rinvio a giudizio, suscitando accuse di incoerenza.
Confronto con altre nomine contestate
Nel medesimo CdA era stata proposta la candidatura di Vito De Bari, che si è poi dimesso poco dopo la sua nomina. La vicenda di De Bari, pur differente, è stata utilizzata per evidenziare le discrepanze nel modo in cui le autorità hanno gestito le nomine di figure coinvolte in procedimenti penali. Il dibattito ha così messo in luce una tensione tra la tutela del garantismo – principio secondo cui ogni cittadino deve essere considerato innocente fino a prova contraria – e la percezione di responsabilità morale da parte dei rappresentanti politici.
Il punto centrale della contestazione non è la valutazione penale, ma la coerenza delle decisioni politiche. Il garante della legalità ricorda che «il rinvio a giudizio non equivale a una condanna» e che ogni scelta dovrebbe rispettare il principio del garantismo per tutti, senza eccezioni. Tuttavia, la domanda rimane aperta: è possibile mantenere una linea di comportamento uniforme quando un politico è coinvolto in un procedimento giudiziario?
r.l. rappresenta un caso emblematico di come la politica locale debba bilanciare il rispetto dei diritti individuali con la necessità di mantenere la fiducia dei cittadini. Il dibattito sulla coerenza delle scelte rimane acceso, e la risposta finale arriverà probabilmente solo con l’esito definitivo del processo penale.



