Le immagini di Ceuta hanno riportato alla luce un dibattito che sembra ripetersi nel tempo: quello delle migrazioni. Spesso ridotto a un unico binario, quello del pericolo e della minaccia senza spazio per la sofferenza e le aspirazioni di chi cerca un futuro migliore.
Mentre il mondo guarda alle coste spagnole, in Italia qualcuno ricorda un altro sbarco epocale: quello della Vlora il mercantile albanese che il 8 agosto 1991 approdò a Bari con oltre 18.000 persone a bordo. Due storie, due emergenze, due modi diversi di affrontare la questione migratoria.
La Vlora: un arrivo che cambiò l’Italia
Quel giorno d’agosto del 1991, la Vlora portò in Italia non solo migliaia di albanesi, ma anche un cambiamento sociale che avrebbe lasciato un segno profondo. Gli albanesi a bordo della nave erano in fuga da un paese in crisi economica, dopo decenni di isolamento sotto la dittatura di Enver Hoxha.
La risposta italiana fu divisa: da un lato la solidarietà spontanea dei cittadini di Bari, dall’altro la decisione politica di respingere gli arrivati. Dopo pochi mesi, gli albanesi della Vlora furono rimpatriati, ma la paura dell’invasione rimase. Oggi, molti di loro sono tornati in Italia, integrandosi completamente nella società.
Le testimonianze dei figli della Vlora
Le storie dei figli degli albanesi arrivati con la Vlora raccontano un’integrazione di successo. Klea Meksi, studentessa di Storia a Bologna, ha ricostruito la storia dei suoi genitori come un mosaico di ricordi e frammenti. «Per me è un orgoglio, fa parte della mia identità», dice.
Aron Beu, un altro figlio della Vlora ricorda le difficoltà affrontate dai suoi genitori e la solidarietà dei baresi. «Vedere quelle immagini mi ha fatto molto male», confessa, paragonando il trattamento riservato agli albanesi a quello di animali allo zoo.
Ceuta: un’ombra sul presente
Le immagini di Ceuta sembrano un dejà-vu di quella estate del 1991. Ancora una volta, il dibattito pubblico è dominato dalla paura e dalla deumanizzazione dei migranti. Ma dietro i volti dei giovani africani di oggi e degli albanesi di ieri c’è un desiderio comune quello di un futuro migliore.
Klea Meksi riflette su questo parallelo: «Spesso c’è una deumanizzazione delle persone. Anche per la Vlora si parlò di “assalto” e di “barbari”, senza pensare che dietro quei volti c’erano persone con le loro storie».
Bari: una città che cambia
La vicesindaca di Bari Giovanna Iacovone, riflette sul cambiamento della città. «La grande accoglienza dimostrata dalla comunità barese all’arrivo della Vlora è una caratteristica quasi genetica della città. Ma non so che cosa sarebbe successo se questo episodio si fosse verificato ora. La situazione è molto cambiata, come le sensibilità».
Don Lino Modesto, direttore della Caritas diocesana, parla di una normalizzazione della povertà che ha reso invisibili le difficoltà quotidiane. «Le emergenze hanno un potere particolare: commuovono, scuotono le coscienze. Ma la solidarietà può vivere solo di eccezioni?»
La lezione della Vlora, secondo don Modesto, non è solo quella di una città accogliente, ma di una comunità che scopre di essere migliore quando si prende cura dei più fragili. La sfida di oggi è far sì che quello spirito non riaffiori solo nei giorni delle grandi emergenze.



