Negli ultimi giorni sono emerse tre vicende diverse che segnano, ciascuna a proprio modo, lo stato delle responsabilità ambientali in Italia e oltre: il commissariamento giudiziale dell’Asi di Bari per presunte omissioni nella gestione delle reti fognarie, la richiesta di processo per 12 dirigenti legata alla presenza di Pfba nelle gallerie della Superstrada pedemontana venetae un rapporto dell’Unu-Inweh sul massiccio consumo d’acqua dei data center usati per l’intelligenza artificiale. Tutti e tre i casi sollevano interrogativi comuni su controlli, trasparenza e impatti locali.
Commissariamento dell’Asi di Bari per omissioni nella gestione delle acque
Il 6 giugno 2026 un provvedimento del gip del Tribunale di Trani ha disposto il commissariamento giudiziale del Consorzio Asi e della partecipata Asi spa. L’ordinanza, lunga e dettagliata, contesta omissioni che risalirebbero a decenni: già dal giugno 2002 e comunque «dall’anno 2013» il Consorzio avrebbe dovuto richiedere una nuova autorizzazione per lo scarico delle acque di fogna bianca e riconoscere formalmente lo stato di abusività della rete fognaria attiva.
Secondo il giudice, la società partecipata non avrebbe adempiuto all’obbligo di segnalare la situazione al Consorzio né avrebbe effettuato la manutenzione necessaria, né provveduto a revocare autorizzazioni che, se correttamente gestite, avrebbero evitato il recapito delle acque direttamente nelle falde tramite impianti non conformi. Il quadro descritto solleva dubbi su come siano stati gestiti per anni il Consorzio e la partecipata e su quali conseguenze ambientali ne siano derivati.
Pfba nelle gallerie della Pedemontana veneta: pm chiede processo per 12 manager
Per la contaminazione delle gallerie vicentine della Pedemontana veneta la procura ha chiesto il rinvio a giudizio di 12 manager e tecnici; l’udienza preliminare è stata fissata per il 6 ottobre. L’accusa formulata dal pm riguarda inquinamento ambientale e omessa bonificacon la Regione Veneto e il ministero dell’ambiente indicati come parti offese.
Le indagini, coordinate con l’Arpav, hanno rilevato che il calcestruzzo proiettato impiegato nei tunnel di Malo (6,3 km) e di Sant’Urbano (1,6 km) conteneva percentuali anomale di un additivo, il Mapequick Af 1000con presenza di acido perfluorobutanoico (Pfba). Le norme tecniche del Capitolato prevedevano valori medi più bassi: il dato atteso per l’additivo era intorno all’8% e comunque inferiore al 12%, mentre nelle verifiche le percentuali sarebbero oscillate tra il 10% e il 15,6%.
Conseguenze sui terreni e sulle acque
Nelle acque sotterranee drenate dalle gallerie furono trovate concentrazioni elevate di Pfba, mentre le rocce scavate durante i lavori furono stoccate in 28 cave nella provincia vicentina, aprendo nuovi filoni di segnalazioni e esposti. I dirigenti imputati respingono le accuse sostenendo di aver agito con certificazioni in regola, di aver impiegato materiali acquistati da produttori riconosciuti e di aver operato secondo prassi consolidate nelle grandi opere; la difesa sottolinea inoltre la presenza di altre fonti industriali storiche nelle vicinanze, richiamando il contesto territoriale come possibile fattore confondente.
Rapporto Unu-Inweh: l’IA e il consumo d’acqua previsto entro il 2030
Il 5 giugno 2026 l’Istituto per l’Acqua, l’Ambiente e la Salute delle Nazioni Unite ha pubblicato un rapporto che mette in luce un aspetto poco discusso della rivoluzione digitale: il massiccio impiego di risorse idriche da parte dei data center che supportano l’intelligenza artificiale. Secondo lo studio, entro il 2030 questi impianti potrebbero consumare una quantità d’acqua equivalente al fabbisogno di oltre 1,3 miliardi di persone, cifra paragonabile alla popolazione dell’Africa subsahariana.
Il rapporto segnala che molte analisi sull’impatto ambientale dell’IA si concentrano sulle emissioni di CO2, trascurando invece acqua e territorio. Paradossalmente, la transizione verso alcune fonti rinnovabili può abbassare le emissioni ma aumentare significativamente l’impronta idrica e l’uso di suolo: passare dal carbone alla bioenergia può, nelle stime del documento, ridurre le emissioni del 70% ma moltiplicare l’impronta idrica di decine di volte.
Esempi internazionali e rifiuti elettronici
Il rapporto cita casi concreti: in Irlanda i data center hanno consumato nel 2026 una quota significativa dell’elettricità nazionale, mentre in Uruguay i progetti per impianti con elevato fabbisogno idrico si sono sovrapposti a una grave siccità, accentuando i problemi di approvvigionamento dell’acqua potabile. Inoltre, entro il 2030 le infrastrutture dell’IA potrebbero generare fino a 2,5 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici all’anno, con materie prime critiche estratte soprattutto in aree con controlli ambientali fragili, creando squilibri tra benefici e costi ambientali.
Gli esperti dell’Unu-Inweh chiedono che energia, acqua e territorio siano trattati come rischi materiali nella progettazione e nel finanziamento di nuovi impianti, proponendo maggiore trasparenza e coinvolgimento delle comunità locali. Il filo comune tra i tre casi presentati è la centralità della prevenzione, del controllo e della responsabilità: omissioni, scelte tecniche non conformi e pianificazioni che non considerano risorse critiche possono trasformare infrastrutture e opere in fonti di danno ambientale e sociale.


