Il 19 maggio 2026, durante la seduta del Senato dedicata alle mozioni sulla situazione energetica, è emerso un colpo di scena politico: il cosiddetto punto 8 della proposta, che avrebbe impegnato l’esecutivo a riesaminare l’obiettivo del 5% del Pil destinato alle spese militari, è stato rimosso dal testo prima del voto. La cancellazione ha subito generato interrogativi sulle responsabilità e sulle dinamiche interne alla maggioranza, con l’opposizione pronta a sfruttare la falla per attaccare il governo.
La scomparsa del paragrafo ha prodotto reazioni immediate: dai partiti di opposizione richieste di chiarimenti e accuse di incoerenza, mentre tra i firmatari della mozione sono arrivate spiegazioni minimizzanti, che indicano la volontà di discutere la questione in sedi diverse. Dietro le quinte si parla di una pressione del governo, definita da alcuni come moral suasion, mossa a evitare tensioni con l’amministrazione statunitense e un possibile danno diplomatico.
Che cosa prevedeva la mozione e perché contava
Nel testo originale la maggioranza, tramite i capigruppo di gruppo, proponeva una revisione dell’impegno preso con l’amministrazione Trump al vertice di L’Aia, suggerendo di rimettere in discussione il target del 5% del Pil per le spese della Difesa e di riaffermare contestualmente il raggiungimento del 2% come riferimento storico. La mozione motivava questa scelta con la necessità di mantenere un impegno realistico e credibile in sede Nato, tenendo conto della congiuntura economica e delle priorità nazionali, e proponeva di ricomputare nel totale anche investimenti in sicurezza energetica e infrastrutture critiche.
La formulazione del punto 8
Il paragrafo incriminato conteneva una frase cautelativa, che menzionava «come il 5%» tra parentesi, e suggeriva «una revisione degli obiettivi più ambiziosi». Questo linguaggio, interpretato come una possibile marcia indietro rispetto all’impegno assunto, è stato giudicato da molti un atto significativo: da un lato una ricerca di flessibilità per le finanze pubbliche, dall’altro il rischio di compromettere la credibilità internazionale dell’Italia all’interno del patto Atlantico.
Le tensioni nella maggioranza e le reazioni politiche
La rimozione del punto 8 è stata attribuita, secondo varie fonti, a un intervento della premier e del ministro della Difesa per evitare attriti con gli Stati Uniti. Tra i nomi coinvolti sono tornati quelli di Giorgia Meloni, Guido Crosetto e dei leader di partito, con ipotesi di incomprensioni anche con Matteo Salvini e Antonio Tajani. I protagonisti della maggioranza, però, hanno liquidato l’episodio come una questione formale o destinata a essere affrontata in altre sedi istituzionali.
Accuse dall’opposizione
Le opposizioni non hanno mancato di attaccare: l’ex presidente del Consiglio ha denunciato un governo «a pezzi», mentre Pd e Alleanza Verdi e Sinistra hanno parlato di «penosa retromarcia». Il Movimento 5 Stelle ha rivendicato di aver messo pressione presentando una mozione sul caro energia che avrebbe costretto l’esecutivo a esplicitare la necessità di rivedere il target Nato. Il capogruppo dem in Senato ha indicato la vicenda come segnale di fragilità governativa, evocando la possibilità che dietro la cancellazione vi sia stata una imposizione interna.
Conseguenze per la politica estera e il bilancio
Il caso apre questioni concrete: come conciliare gli impegni in materia di sicurezza collettiva con le necessità legate alla crisi energetica e al quadro dei conti pubblici? La premier aveva già scritto alla presidente della Commissione europea per chiedere maggiore flessibilità sul Patto di stabilità e prospettato la possibilità di uscire dal Safe, il meccanismo che coinvolge prestiti per spese militari, se non fosse arrivato un sostegno per bollette e carburanti. La tensione tra esigenze interne e aspettative degli alleati resta centrale, soprattutto in vista del summit Nato previsto all’inizio di luglio ad Ankara, dove l’amministrazione statunitense potrebbe sollevare l’argomento.
La rimozione del punto 8, quindi, non è un semplice refuso parlamentare: è lo specchio di scelte difficili che il governo deve spiegare all’opinione pubblica e ai partner internazionali. Per ora la vicenda rimane aperta, tra richieste di chiarimento, smentite e la crescente necessità di trovare risorse senza compromettere la posizione italiana nell’Alleanza. Trasparenza e decisioni chiare saranno decisive per non lasciare trasparire ulteriori crepe nella maggioranza in vista delle prossime scadenze politiche.
Pubblicato il 19 Maggio 2026



