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Processo Saman Abbas: la Suprema Corte di Cassazione respinge i ricorsi

La Cassazione ha confermato gli ergastoli per i familiari di Saman Abbas, la 18enne pakistana uccisa nel 2026 a Novellara. La requisitoria evidenzia la premeditazione e il movente ignobile.

Processo Saman Abbas: la Suprema Corte di Cassazione respinge i ricorsi

La vicenda di Saman Abbas, la giovane pakistana di 18 anni uccisa nella notte tra il 30 aprile e il 1 maggio 2026 a Novellara, Reggio Emilia, torna sotto i riflettori in seguito alla decisione della Suprema Corte di Cassazione. In un documento di trentatré pagine, la procura generale della Cassazione ha chiesto di rigettare i ricorsi degli imputati e di confermare le condanne inflitte dalla Corte di Appello di Bologna il 18 aprile dello scorso anno.

La tragedia di Saman ha scosso l’opinione pubblica per la brutalità del gesto e per il contesto culturale che lo ha determinato. La giovane desiderava vivere secondo canoni sociali diversi da quelli imposti dalla sua famiglia, un desiderio che è costato la vita. La requisitoria della Cassazione sottolinea come l’omicidio non sia stato un atto d’impeto, ma una decisione deliberata dall’intero nucleo familiare, con l’eccezione del fratello Ali Haider.

Le condanne confermate dalla Cassazione

La Corte di Appello di Bologna aveva condannato all’ergastolo i genitori di Saman, Habbar Abbas e Nazia Shaheen, e i cugini Noman Ul Haq e Ijaz Ikram, riconosciuti colpevoli di omicidio e soppressione di cadavere. Lo zio Danish Hasnain, inizialmente condannato a 14 anni, ha visto la sua pena aumentata a 22 anni di reclusione. La Cassazione ha evidenziato come la soppressione del cadavere sia stata un’estensione necessaria del progetto omicida, finalizzata a garantire l’impunità a tutti i membri del gruppo.

La requisitoria sottolinea come i genitori di Saman, pur non avendo fisicamente scavato la fossa, siano responsabili a titolo di concorso morale e materiale. La loro pianificazione della fuga immediata per il Pakistan subito dopo il delitto è stata interpretata come un’indicazione della loro consapevolezza delle conseguenze del loro gesto. La fuga postula necessariamente che il corpo non venisse ritrovato o venisse ritrovato solo dopo molto tempo, impedendo così l’intervento immediato delle autorità.

Il movente e la premeditazione

La Corte di Assise di Appello di Bologna ha definito il movente dell’omicidio come turpe e ignobilemanifestando un senso di possesso parentale distorto e una perversità tale da giustificare l’aggravante. La requisitoria della Cassazione evidenzia come il primo giudice aveva escluso l’aggravante ritenendo che, nel contesto culturale pakistano degli imputati, il movente dell’onore non potesse considerarsi abietto in senso tecnico-giuridico. Tuttavia, la Corte di secondo grado ha dissentito da tale impostazione, affermando che il riconoscimento di un fattore culturale non può tradursi in una scusante, ma deve confrontarsi con lo sbarramento invalicabile dei diritti fondamentali.

La Cassazione ha sottolineato come il movente spregevole e ignobile riveli una tale perversità da destare repulsione e ripugnanza in ogni persona di media moralità. L’omicidio di Saman non è stato un atto d’impeto, ma una decisione deliberata nell’ambito dell’intero contesto familiare. La struttura collettiva del gesto spiega la convergenza di tutti i membri verso l’unico obiettivo di punire Saman per il disonore arrecato, rendendo logicamente necessaria la partecipazione di ciascuno secondo ruoli predefiniti.

Il ruolo della cultura e dei diritti fondamentali

La requisitoria della Cassazione ha evidenziato come il presidio dei diritti inviolabili della persona, quale il diritto alla vita, costituisca un limite assoluto all’introduzione, nel nostro sistema, di consuetudini o costumi incompatibili con la Costituzione italiana. Nessun rispetto per le tradizioni straniere può comportare l’abdicazione del sistema penale alla punizione di condotte non tutelanti dei diritti fondamentali. Il cuore della motivazione risiede nell’abnorme sproporzione tra il comportamento di Saman e la reazione del clan.

La vicenda di Saman Abbas rappresenta un caso emblematico della lotta per i diritti fondamentali e della necessità di contrastare ogni forma di violenza basata su motivi culturali. La decisione della Cassazione conferma l’importanza di tutelare la vita e la libertà individuale, indipendentemente dalle tradizioni e dai costumi.

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