Un’ampia operazione giudiziaria coordinata dalla Procura di Taranto ha fatto emergere un presunto meccanismo di rifornimento illecito verso l’interno della Casa Circondariale “Magli”. Le attività investigative, avviate nel maggio 2026 e condotte congiuntamente dal Reparto di Polizia Penitenziaria e dalla Squadra Mobile, hanno portato all’esecuzione di 11 misure cautelari nei confronti di persone ritenute coinvolte a vario titolo.
L’inchiesta descrive un sistema che combinava forniture esterne, corruzione e tecnologia per introdurre sostanze e strumenti di comunicazione nelle sezioni detentive. Al centro delle ipotesi accusatorie ci sono traffici di hashish e cocaina, insieme alla diffusione di cellulari e microdispositivi che avrebbero permesso ai detenuti di mantenere contatti non autorizzati con l’esterno.
Le misure e i destinatari dell’azione giudiziaria
L’ordinanza emessa dal Gip del Tribunale di Taranto ha disposto cinque provvedimenti di custodia cautelare in carcere, di cui due nei confronti di soggetti già ristretti per altre cause; altri cinque indagati sono stati posti agli arresti domiciliari e per una persona è stato imposto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Questa pluralità di misure riflette, secondo gli inquirenti, diversi livelli di responsabilità e partecipazione all’organizzazione criminale.
Numeri e ruolo dei detenuti
Dalle indagini è emerso che tre detenuti, inseriti nel circuito di media sicurezza, avrebbero avuto un ruolo centrale nella gestione dello spaccio interno. La droga, una volta introdotta, veniva ceduta nelle sezioni con margini molto più alti rispetto ai prezzi esterni, trasformando l’attività in un mercato redditizio all’interno dell’istituto. La dinamica criminosa comprendeva ruoli distinti: rifornitori, mediatori interni e contatti esterni incaricati delle consegne.
Modalità di introduzione: droni, parenti e pagamenti
Secondo gli accertamenti, più modalità sono state utilizzate per far arrivare il materiale proibito fino alle grate e alle finestre delle celle. Tra le tecniche ricostruite figurano il lancio con droni di grandi dimensioni e la complicità di una rete di parenti e amici che agivano da corrieri. Per il saldo delle forniture venivano impiegati diversi strumenti, tra cui bonifici, ricariche di carte prepagate intestate a terzi e, in casi documentati, la consegna di pacchetti di sigarette che poi venivano riciclati nel circuito commerciale locale.
Elementi tecnologici e organizzativi
I droni, descritti dagli investigatori come apparecchiature capaci di trasportare carichi fino alle recinzioni, sono stati identificati come uno degli strumenti chiave. Parallelamente, l’uso di numerosi smartphone e schede telefoniche consentiva comunicazioni non tracciate e la gestione degli ordini. Gli inquirenti parlano di un modello operativo che univa capacità logistiche esterne e appoggi interni per assicurare continuità nelle consegne.
Complicità interne e riscontri precedenti
Tra le persone indagate compare anche un agente del Corpo di Polizia Penitenziaria: l’uomo era già finito in manette nell’ottobre 2026 quando nella sua auto, parcheggiata all’interno del perimetro del carcere, erano stati trovati circa 900 grammi di hashish, 10 grammi di cocaina, numerosi telefoni e schede sim. Questo quadro segna l’ipotesi di favoreggiamento o di compravendita di servizi interni, fenomeno che gli investigatori collocano al centro delle dinamiche di rifornimento.
Sequestri e arresti sul territorio
Nel corso dell’attività d’indagine sono stati effettuati sequestri rilevanti: una coppia residente a Grottaglie è stata trovata in possesso di circa un chilogrammo di hashish, circa trenta telefoni, molte schede telefoniche e un drone di grandi dimensioni. Inoltre, sono stati fermati presunti dronisti nelle campagne vicino alla recinzione esterna del carcere, con il rinvenimento di quantitativi di stupefacenti e strumenti per la ricarica e l’uso dei dispositivi comunicativi.
Implicazioni e prossimi passi dell’inchiesta
L’operazione apre scenari di riflessione sulle misure di sicurezza all’interno degli istituti penitenziari e sulla diffusione di tecnologie che facilitano il contrabbando. Le autorità proseguiranno con accertamenti mirati a ricostruire la filiera completa, a verificare eventuali ulteriori complicità e a prevenire il ripetersi di simili reti. Per gli inquirenti resta centrale dimostrare ruolo e responsabilità di ciascun indagato, con l’obiettivo di interrompere un canale che, se confermato, aveva consolidato una vera e propria economia criminale dentro il carcere.