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Sentenza a tre anni per il medico della morte di Alessia Ferrante

Il caso Ferrante si chiude con una condanna a tre anni per il chirurgo, ma la difesa già prepara l’appello contro una perizia contestata.

Sentenza a tre anni per il medico della morte di Alessia Ferrante

Alessia Ferrante, influencer di 37 anni originaria di Bisceglie, era nota sui social per la sua vita glamour e per i viaggi. Il 10 aprile 2020, la giovane si recò al poliambulatorio di Monopoli per sottoporsi a una liposuzione un intervento estetico finalizzato all’asportazione di tessuto adiposo. Tuttavia, la procedura si trasformò in tragedia: durante la fase preoperatoria la paziente subì un arresto cardiaco, da cui non si riprese. Il decesso, avvenuto in presenza del personale medico, scatenò immediatamente un’indagine penale per capire le cause dell’accaduto.

L’inchiesta, condotta dalla Procura di Bari, individuò il chirurgo plastico Francesco Reho come possibile responsabile. Secondo l’accusa, il medico avrebbe somministrato un sovradosaggio anestetico prima dell’intervento, provocando un arresto cardiaco improvviso. Il reato contestato fu quello di omicidio colposo per negligenza nella somministrazione dell’anestesia. La pubblica ministera Carla Spagnuolo chiese una pena di due anni sospesa, sostenendo che la condotta del medico fosse stata gravemente imprudente.

I fatti che hanno portato alla morte di Alessia Ferrante

L’intervento di liposuzione prevede l’iniezione di una sostanza anestetica per rendere il paziente incosciente durante la rimozione del grasso. Nel caso specifico, la difesa della vittima ipotizza che la dose somministrata sia stata ben al di sopra delle norme consuete, generando una sovradosaggio anestetico capace di indurre un arresto cardiaco. La perizia tecnica presentata dal Pubblico Ministero descrive l’anestesia come la causa immediata del decesso, ma la difesa ha contestato la validità metodologica della relazione, definendola inattendibile e priva di solide basi scientifiche.

Il ruolo della perizia medica

La perizia in questione è stata redatta da un medico appartenente alla stessa scuola di specializzazione del consulente della parte civile, sollevando dubbi di imparzialità. L’avvocato difensore Roberto Eustachio Sisto ha infatti sottolineato che «la decisione arriva dopo una perizia non solo inattendibile nel metodo e infondata nel merito». Tale critica è al centro del prossimo appello, poiché la difesa sostiene che la sentenza si basi su elementi probatori compromessi, violando il principio di imparzialità giudiziaria.

Il processo a Bari: sentenza e reazioni

Il 15 ottobre 2026, il giudice monocratico Antonio Coscia, della Corte di Bari, ha emesso la sentenza che condanna Francesco Reho a tre anni di reclusione. La decisione si è basata sul ritrovamento di colpevolezza per omicidio colposo ritenendo che il medico abbia violato le norme di diligenza nella gestione dell’anestesia. La pena, più severa rispetto a quella richiesta dalla PM, è stata motivata dalla gravità del risultato – la perdita di una vita giovane e pubblica – e dall’importanza di garantire sicurezza nei trattamenti estetici.

Motivazioni del giudice

Il magistrato Coscia ha evidenziato che la condotta del chirurgo non ha rispettato i protocolli di sicurezza raccomandati per procedure di liposuzione. Ha sottolineato che il sovradosaggio, pur se non intenzionale, costituisce una violazione dell’obbligo di cura verso il paziente, configurando così l’omissione colposa. La sentenza, pur riconoscendo l’assenza di dolo, ritiene la negligenza tale da giustificare una pena detentiva significativa, con l’obiettivo di dissuadere comportamenti analoghi nel settore medico estetico.

Le critiche della difesa e prospettiva d’appello

L’avvocato Roberto Eustachio Sisto ha annunciato immediatamente l’intenzione di impugnare la decisione, citando la frase: «Le sentenze si rispettano e quando ingiuste, come in questo caso, si impugnano». La difesa sostiene che la perizia sia stato redatta da un esperto legato al consulente della parte civile e che, Sisto ha inoltre promesso di richiedere alla Corte d’Appello di riformare la condanna, sostenendo che il giudizio sia stato irregolarmente influenzato da evidenze non scientificamente solide.

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