La proposta di chiedere alle case editrici di firmare una dichiarazione che dichiari l’adesione ai princìpi costituzionali per partecipare alla Fiera nazionale della piccola e media editoria Più Libri Più Liberiin programma a Roma a dicembre, ha scatenato una netta reazione pubblica. Il tema è emerso in modo evidente il 15 Giugno 2026quando sono arrivate dichiarazioni ufficiali da parte di esponenti di governo che hanno interpretato la misura in modi opposti.
Da un lato il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha criticato aspramente l’iniziativa, riportando un paragone storico sul codice penale italiano, mentre dall’altro la presidenza della fiera ha risposto sostenendo che si tratta di un documento di chiarezza e non di un atto politico o punitivo. Anche la premier Giorgia Meloni è intervenuta con parole forti, parlando di “censura” e prendendo posizione nel dibattito.
Dichiarazioni di Carlo Nordio e il richiamo al codice penale
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha commentato la proposta con una frase che richiama la storia legislativa italiana: “Forse gli organizzatori non sanno che il libro più importante per la nostra giustizia, cioè il Codice penale, reca la firma di Mussolini“. Con questo richiamo Nordio ha inteso sottolineare come il legame tra norme e contesto storico possa essere complesso, sollevando dubbi sull’opportunità e sul significato di vincolare l’accesso a una manifestazione editoriale a una sottoscrizione di princìpi.
Il senso politico della dichiarazione
Nel ragionamento del ministro si intravede una critica sia alla forma che al merito: se da un lato si sottolinea la necessità di ricordare la genealogia storica di alcune leggi, dall’altro si mette in evidenza come strumenti che appaiono morali o simbolici possano avere un impatto politico concreto. L’affermazione citata ha alimentato il dibattito pubblico e mediatico sulla legittimità di requisiti per la partecipazione a eventi culturali.
Le posizioni della premier e la replica degli organizzatori
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito la misura come una forma di controllo delle idee: “Per partecipare alla fiera della piccola e media editoria ‘Più libri più liberI’, che si svolgerà a Roma, le case editrici – dovranno ottenere quest’anno il ‘patentino antifascista’, sottoscrivendo un’apposita dichiarazione. È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono”. Nella sua critica ha usato termini netti: “La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra, ma è una storiella alla quale ormai non crede più nessuno” e ancora: “Si chiama, banalmente, censura. E la censura è incompatibile con qualsiasi società democratica”.
Di fronte a queste affermazioni, gli organizzatori della fiera hanno pubblicato una nota per spiegare la loro scelta, respingendo l’accusa di controllo ideologico. Hanno precisato che “La decisione di chiedere ai partecipanti di sottoscrivere una dichiarazione sulla condivisione dei princìpi costituzionali, democratici e inderogabili, non è affatto censura, ma un’esigenza di chiarezza e unità tra i diversi attori presenti in fiera” e hanno ribadito che il documento è “basato su riferimenti istituzionali e universali privo di visioni di parte, senza accenni politici e tantomeno legami partitici”.
Reazioni e conseguenze per l’evento
La stessa organizzazione ha espresso rammarico per la tensione generata dallo scambio pubblico di opinioni, dichiarando che l’intervento della presidenza del Consiglio e il dibattito successivo li inducono a un “ulteriore attento approfondimento per rispetto istituzionale”. È chiaro che la disputa non riguarda solo la singola fiera ma investe temi più ampi: la definizione di limiti e garanzie della libertà di espressione nel contesto di iniziative culturali e l’equilibrio tra principi costituzionali e pratiche di selezione dei partecipanti.
Il confronto tra istituzioni e organizzatori pone inoltre una questione pratica per l’edizione prevista a dicembre: resta da vedere se la forma proposta per la sottoscrizione rimarrà invariata, verrà modificata per semplificare la partecipazione o sarà oggetto di mediazione pubblica. Nel frattempo, la vicenda è diventata un banco di prova sulla sensibilità delle diverse forze politiche e culturali rispetto ai limiti della libertà editoriale.
I prossimi sviluppi potrebbero includere ulteriori chiarimenti formali da parte degli organizzatori o interventi istituzionali volti a definire regole condivise per eventi editoriali di rilevanza nazionale. Per ora, le posizioni restano nettamente contrapposte: da un lato la critica che parla di censura e di esclusione ideologica, dall’altro la difesa dell’atto come misura di trasparenza e adesione a princìpi costituzionali.



